GIACOMO MODOLO

Portraits from K.’s diary

a cura di Elisabetta Chiono

28 marzo – 29 aprile 2015

Spazio Punto Ottico, Contrà D. Manin 22

Vicenza (Italy)

Portraits from K.’s diary è una mostra inserita nel progetto Giovani Curatori di Areacreativa42 e raccoglie un inedito ciclo pittorico dell’artista Giacomo Modolo. Partendo dai racconti di una Karin bambina nei suoi primi anni di vita nell’ex Cecoslovacchia ed a quelli successivi degli anni ’70 in Italia, il giovane artista vicentino ha rielaborato ed interpretato “la vita di un altro”, ma al tempo stesso le esperienze di molti.

Le circostanze narrate a Giacomo hanno come fulcro gli anni vicini alla Primavera di Praga del 1968, quando una Praga mitteleuropea e culturalmente attiva improvvisamente si trasforma in un Paese “sull’orlo della disperazione e della rassegnazione” (Jan Palach). Con l’invasione sovietica la famiglia di Karin, come molte altre, è costretta all’asilo politico in Italia.

Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita:
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga.

Son come falchi quei carri appostati;
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.

(Francesco Guccini, Primavera di Praga).

La sua infanzia prosegue in un Paese molto diverso dalla realtà della Repubblica Ceca ed i ricordi di quegli anni riaffiorano a poco a poco nella memoria di donna adulta, sempre più vividi.

Giacomo definisce questo progetto “un incontro del destino, una sinergia che ha agevolato il suo percorso artistico che si unisce ad uno reale di vita”.

La centralità del vissuto dell’interlocutrice, però, non lo porta a rappresentare la sfera intima e personale così come raccontata, ma viene utilizzata come fonte di ispirazione e punto di partenza per lo sviluppo di un lavoro tematico di figure senza spazio, come proprio della produzione dell’artista, imperniata soprattutto sugli avvenimenti storici del ‘900.

Giacomo unisce i racconti, le immagini fotografiche, i particolari scoperti durante il viaggio a Praga a circostanze immaginate, ricostruendo rappresentazioni universali di fatti, luoghi e persone che ci guardano dalla tela, accompagnandoci in un viaggio temporale.

L’artista raggiunge l’obiettivo: il dialogo tra le raffigurazioni e l’osservatore. La pittura diventa non un’entità fine a se stessa, ma una presa di coscienza ed il progetto-mostra permette di giungere ad un’esperienza condivisa, lasciata alla libera sensibilità dello spettatore.

Un’opera fra tutte, particolarmente importante per l’artista, La vittoria del/sul popolo nasce dalla visita a Praga e dalla ironica statua di David Cerny all’interno della Kavarna Lucerna dove San Venceslao, patrono della Città, viene rappresentato a cavalcioni su un cavallo rovesciato. Mariusz Szczygiel scrive “Al simbolo nazionale della Cechia è morto il cavallo”, ossia non c’è mai pace, non c’è un vinto o un vincitore, nel passato come ora e Giacomo ne esplicita il pensiero. Non solo in riferimento alla Repubblica Ceca, ma ai Paesi tutti.

Nello stesso modo le bandiere “prive di Stato” presenti nelle opere sottintendono il ciclico ritorno della Storia, che continuamente si ripete nei propri errori, senza conceder tregua alcuna all’umanità.

A completamento del progetto, sono stati inseriti nelle pagine del catalogo estratti dal romanzo che la scrittrice Ilaria Polastro sta portando a compimento ispirandosi agli appunti e racconti di Karin.

  Elisabetta Chiono

Ho scritto una lunga serie di appunti ripensando alla mia infanzia, che sono confluiti da un parte in un racconto ancora inedito e dall’altra in questo ciclo di dipinti e disegni di Giacomo Modolo. Niente di particolare, parti di una storia come tante altre, la particolarità se c’è è quella di non prendersi troppo sul serio, ma forse è il modo per riuscire a raccontare cose che non sono importanti se non per chi le vive. La malinconia che le accompagna e il distacco sono gli elementi centrali che Giacomo ha colto immediatamente.

La struttura del lavoro pittorico, la forza degli sguardi, il gioco dei gesti e le costruzioni spaziali, raccontano un passato descritto attraverso figure umane. Sono le figure che emergono dai miei ricordi. Mai in tanti anni mi era capitato di incontrare una intesa come quella con Giacomo: l’intesa di chi registra, si accosta ed elabora in modo autonomo senza condizionamenti, senza paure. Il suo lavoro non giudica il mio, lo prende così com’è e ne esce semplice, crudo. Brevi immagini che capisce chi capisce il silenzio.

Giacomo si interroga, non ha tempo, versa sulla sua tela e sulla carta le immagini che si è fatto. E’giusto così. La vibrazione dei suoi lavori sta nell’intelligenza di capire quanto soffermarsi… e non farsi prendere dal desiderio di spiegare e di dare per forza colore.

E’ una storia legata agli anni della Primavera di Praga, ad un Italia di benessere, fatta di immagini e capitoli slegati che non chiudono il racconto. E’ qualcosa che mi sono portata dentro cercando una scusa nascosta per indagare su me stessa. L’indagine è ora condivisa e lasciata a giovani di un’altra generazione che ne fanno una mostra e un romanzo: l’artista, Giacomo Modolo, la scrittrice Ilaria Polastro e le giovani curatrici Silvia Maria Carolo ed Elisabetta Chiono.

Karin Reisovà

Forse in quei personaggi che dipinge in qualche modo si riconosce. Loro stanno lì.
Uomini, ma soprattutto figure femminili e infantili che sventolano bandiere, con lo sguardo fisso su di te. Fieri e vittoriosi, ma allo stesso tempo intrappolati negli strati di colore e insicuri del proprio status, tesi tra il passato e il presente, tra la figura e l’astrazione.
Vivono perché animati dall’energia di chi li crea, carica di entusiasmo per i soggetti storici e in particolare per il Novecento, con le sue ideologie, le contraddizioni e i crolli di sistema. Carica di fascino per le figure sbiadite nelle fotografie d’epoca e per vecchi ricordi raccontati.
Ma l’energia vitale trae origine anche dalla condizione di insicurezza e debolezza che porta l’artista al continuo interrogarsi e mettersi in discussione, verso lo scenario di una guerra quotidiana vissuta, nella solitudine dell’atelier e in compagnia dello stereo acceso, come un intenso confronto-scontro con l’esperienza personale passata, con il proprio spazio vitale, con i maestri della pittura realista di tutti i tempi.
Ed è in questo caos che si riconosce il senso della pittura: quando l’elemento imprevisto ottiene la meglio sul piano prestabilito significa incontrare se stessi, scoprire un nuovo linguaggio per esprimersi, compiere quello che per l’artista è l’atto “rivoluzionario” che lo tiene in vita.
La rivoluzione sta proprio qui, nel costruire e animare attraverso una ricerca estetica capace di porre ciò che è forma sopra ciò che si definisce retorica, concettualismo o giudizio etico. Così tanto da risultare ai limiti dell’ambiguità. Perché tutto può crollare se si lotta in nome della composizione, dei colori e della pittura: nulla rimane. Qualche volta una bandiera.

Silvia Maria Carolo

OVUNQUE, DA NESSUNA PARTE

Ilaria Polastro

Fuori l’aria era sempre frizzante, qualunque fosse la stagione. E se non era quella a mordermi le gambe nude dal ginocchio alle caviglie, la calzamaglia lo faceva al posto suo. Ho sempre avuto l’impressione che a Karlovy Vary non si facesse altro che passeggiare. Nessuno aveva fretta. Il tempo gocciolava piano, dilatato, tra un passo e l’altro. Le fontane del centro stillavano l’acqua termale allo stesso modo. Allora credevo che la gente ne ereditasse la lentezza sorseggiandola dal beccuccio dei boccali di porcellana. Per questo evitavo di bere, per non diventare come loro, per non ammalarmi di lentezza.

*

L’impatto con l’autunno precoce di Cheb fu durissimo. Come quello delle foglie secche che il vento scagliava contro le facciate segnate dalla guerra. Superati gli edifici nuovi della periferia infatti si incontravano quelli dissestati del centro storico. Antichi, tutti stretti intorno a una grande piazza, con i tetti molto spioventi che lasciavano intuire un inverno rigido.

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Poi l’inverno arrivò davvero.  La neve restituì a Cheb l’armonia perduta e per un po’ sembrò che non ci fosse mai stata nessuna guerra. Centro e periferia si strinsero nella stessa coperta bianca e una slitta sostituì il triciclo che era scomparso improvvisamente dalla mia vita insieme a Karlovy Vary.

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Il resto della notte lo passammo ad aspettare il giorno e appena fu luce ci recammo al negozio. Era una luce calda, il sole beffardo veniva fuori promettendo una bella giornata, mentre l’ombra di una guerra si allungava sulla fila di quelli che come noi aspettavano il turno davanti alla drogheria. Nelle borse di rete finivano qualche pomodoro e un po’ di lattuga, poi le mani si fermavano perché il buono dello stato imponeva il limite, mentre avrebbero voluto prendere ancora, nel terrore di una dispensa vuota per chissà quanto tempo.

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Tre giorni dopo il discorso della radio eravamo a Praga. Gli insetti corazzati avevano fatto il nido nelle piazze e lì si moltiplicavano a vista d’occhio. Da vicino erano ancora più spaventosi e ostili. Il loro passaggio aveva lasciato il segno nelle strade: qua e là si alzavano cumuli di macerie e divampavano incendi.

Le vetture militari scorrazzavano per la città cariche di soldati armati. Questi erano ovunque, seduti sui muretti, in piedi, e tutti scrutavano, come il falco studia la lepre.

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Non era la prima volta che andavamo a trovare la bisnonna Hana. E ancora non sapevo che sarebbe stata l’ultima.

Aveva un carattere spigoloso quanto il suo corpo magro. Le linee del volto sembravano tracciate da un disegnatore arrabbiato. Non nutrivo alcuna simpatia nei suoi confronti, e del resto nemmeno lei riusciva a dissimulare il fastidio che le procuravano le nostre visite.

Bussammo trafelati alla porta del suo appartamento nel quartiere di Karlin. Avevamo fatto le scale di corsa senza che ce ne fosse bisogno, tanto forte era il desiderio di allontanarci dal ribollire della città.

Ci accolse bruscamente e un momento dopo fumava già nervosa il bocchino. La fotografia appesa nel corridoio sarebbe bastata ad allarmare chiunque: ritraeva la bisnonna mentre imbracciava con aria intimidatoria un fucile da caccia.

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In stazione la calca toglieva il fiato. La gente sgomitava e gridava cose. Nessuno arrivava, tutti partivano. L’aria sapeva di fuliggine e sudore.

In carrozza la nonna si sedette composta come al solito. Teneva la borsetta stretta in grembo quasi temesse che gliela portassero via. Dentro c’erano i nostri passaporti verdi che, a parte le tre valigie, erano tutto ciò che avevamo.

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Forse il nome lo doveva alla lunga fila irta di gaggìe che lo isolava da una parte, forse al campanile che spuntava dai tetti come una lunga spina. Il borgo, sistemato nella pianura canavese, si chiamava Spineto.

Le valigie strisciarono per una strada sterrata, alzando una gran nuvola di polvere. Ero stanca e i piedi facevano male. L’odore forte del letame e quello del fieno appena tagliato nei campi pizzicavano le narici e i cani abbaiavano rabbiosi al nostro passaggio di estranei. Non avevo mai visto un cielo così terso né avevo mai sentito un sole così caldo bruciare la pelle, nonostante fosse già settembre.

Le case erano malandate e non si capiva dove finiva una e iniziava l’altra. Tutte avevano i gerani sui davanzali e una rosa che cresceva lungo il muro. Qualche volta facevano posto a un cortile affollato di donne di ogni età che chiocciavano raccolte.

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Entrare nell’ufficio stranieri della questura di Torino significava imbattersi nella faccia ostile del funzionario di turno. Estraeva i documenti, dei fogli a protocollo ingialliti, dalle cartelline di cartone su cui campeggiava la scritta “KRUMPHANSL ARNOST, KRUMPHANSOLAVA SCHUSTER ELDA”. Se li rigirava tra le mani, scuotendo la testa: c’era sempre qualcosa che non andava, per un motivo o per l’altro. Allora ci indirizzava sguardi carichi di fastidio che attribuivano a noi tutta la colpa e dicevano che sarebbe stato molto meglio se ce ne fossimo rimasti a casa nostra.

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Nella fotografia c’è il ponte. E il fiume Teplá che manda bagliori rossastri oltre la balaustra. Poi ci sono le gambe stecchite, proprio in centro, fasciate nella prima calzamaglia della mia vita. Sbucano da sotto una giacca di pelle nera, rigida come un’armatura, troppo larga sulle spalle, troppo lunga nelle maniche. Le braccia, scostate dal corpo, sembrano ali pronte al volo.